"La vita o si vive o si scrive" (L. Pirandello)

sabato 20 dicembre 2014

Resoconto di fine anno e auguri.

Cari lettori,
questo blog ha solo tre mesi di vita ed essendo un blog di quelli che trattano argomenti di tipo "culturale" è veramente difficile che diventi molto popolare, anche perché le storie narrate toccano una popolazione di sole due milioni d'anime... in un mondo che di anime ne conta circa sette miliardi! Praticamente, una piccola goccia in mezzo al mare!
Nonostante tutto, voglio ringraziare i 306 lettori (fino ad oggi) che si sono soffermati a leggere i miei post e ringrazio ancora chi ha voluto lasciare anche un gentile e apprezzatissimo commento. 
Il mio grazie va sia ai lettori italiani sia a quelli di altri Paesi d'Europa e del mondo, tra questi ultimi, in particolare, ringrazio e saluto i lettori statunitensi che, dopo gli italiani,  sono tra i più numerosi e assidui frequentatori del blog. E' facile presupporre che anche i lettori stranieri siano in maggioranza di origine italiana, questo blog è nato anche per loro, per gli italiani che risiedono all'estero. Nel mio piccolo, mi auguro che gli argomenti trattati li facciano sentire più vicini a casa.
Approfitto dell'occasione per porgere a tutti voi i migliori auguri per un sereno Natale e un felice 2015. Vi saluto dandovi appuntamento al nuovo anno con nuove storie tutte calabresi!
Angie 
 
Il Blog "Gente di Calabria" augura a tutti BUONE FESTE!!!
The Blog "People of Calabria" whishes you Happy holidays!
¡El blog "Gente de Calabria" le desea FELICES FIESTAS!
Le Blog " Les Gens de Calabre" vous souhaite de joyeuses fêtes!
Der Blog " Menschen Calabria" wünscht Ihnen frohe Festtage!
Den Blog "Mennesker Calabria " ønsker dig glad helligdage!

mercoledì 3 dicembre 2014

Giovanni Battista Saggio detto Nicola


Per questo mese di dicembre, col Natale ormai alle porte, voglio raccontarvi la storia di un religioso calabrese che è stato canonizzato pochi giorni fa dal nostro amato Papa Francesco.

 
"Spera in Dio e stai allegro"

 
Il 6 gennaio del 1650 nel paese di Longobardi (Cosenza) nasceva Giovanni Battista Saggio. Era il figlio primogenito di Fulvio e Aurelia, contadino lui e filatrice lei. La famiglia fu allietata anche dall'arrivo di altri quattro figli.
 Nonostante la sua famiglia fosse povera e semplice, Giovanni Battista riuscì a frequentare la scuola imparando a leggere e scrivere. Fino ai vent'anni fece il contadino per aiutare la famiglia bisognosa ma, durante la sua giornata di lavoro, non dimenticava mai di pregare il Signore. Frequentava sovente la chiesa, partecipava alla messa e si confessava di frequente. La gente diceva di lui che era di animo nobile e di carattere allegro e simpatico.
L'assidua frequentazione del convento dei frati Minimi del suo paese, fece accrescere in lui il desiderio di dedicarsi completamente alla vita religiosa. Quando rivelò il suo proposito ai genitori, questi non accolsero bene la notizia e non gli permisero di pronunciare i voti, fu allora che accadde il primo fatto inspiegabile.
Giovanni Battista obbedì alla volontà dei genitori ma perse improvvisamente la vista, il padre e la madre allora, capendo che quello doveva essere un segno divino, gli diedero il permesso di entrare in convento e il giovane riacquistò la vista.

immagine presente nel sito: www.sannicolasaggio.it
Cominciò, quindi, il suo noviziato e, dopo due anni, entrò finalmente nell'ordine dei Minimi, fondato da San Francesco da Paola, scegliendo il nome di Nicola.  Da quel momento in poi per tutti sarà "fra Nicola".
 Dapprima fu mandato nel convento di Longobardi, poi venne trasferito in quelli di San Marco Argentano, di Montalto Uffugo,  di Cosenza e di Spezzano della Sila, dove svolse sempre le mansioni più umili senza mai lamentarsi.
Nel 1677 fu chiamato al convento di Paola dove divenne segretario del provinciale, poi nel 1679 lasciò la Calabria per essere trasferito a Roma nel convento di San Francesco ai Monti.
A Roma si dedicò principalmente alla catechesi dei giovani. La sua spiritualità gli concesse la stima delle famiglie romane che se lo contendevano nell'istruzione religiosa dei figli.
Quando i turchi arrivarono alle porte di Vienna, Nicola affrontò un pellegrinaggio a piedi fino a Loreto, per chiedere alla Madonna la liberazione della città.
 
La sua vita fu colmata da esperienze mistiche, estasi e contemplazioni del mistero della Trinità.
Visse anche il fenomeno mistico della "Transverberazione" cioè l'essere trafitto, nel suo caso, dal dardo di un angelo, ed ebbe la visione di Gesù che gli porgeva l'anello sponsale dei mistici.
In seguito, ritornò in Calabria per altri due anni, risiedendo a Paola prima e a Longobardi dopo. Fu nel suo paese che si occupò del restauro della Chiesa e del convento dei Minimi. La famiglia romana dei Colonna, che lo stimava e apprezzava, non solo gli fece tenere a battesimo il piccolo Lorenzino, figlio di don Filippo e della principessa Panfili, ma per volontà testamentaria della principessa Luisa de la Cerda, gli donò il corpo della martire cristiana Innocenza, da tumulare nella nuova chiesa restaurata.
Ritornato definitivamente a Roma, fra Nicola si occupò principalmente dell'assistenza ai poveri e bisognosi.
Nel 1709 essendoci il pericolo di un nuovo saccheggio di Roma, si adoperò con la preghiera di adorazione al Signore per allontanare questo  pericolo.
Si ammalò per via di un' infiammazione polmonare che lo costrinse a letto per molto tempo. Al suo capezzale accorse molta  gente, sia nobili, sia popolani e prelati.
Il 2 febbraio del 1709, aggravatosi, ricevette l'Unzione degli infermi. Il giorno seguente, 3 febbraio, ricevette la richiesta di preghiere e di intercessione da Papa Clemente XI, poi, stringendo tra le mani il Crocifisso ed esclamando :“Paradiso, Paradiso”, spirò.   Aveva 59 anni.
Dopo la morte, la sua fama di santità si diffuse per l'Italia raggiungendo anche i confini europei, tanto che alcuni sovrani come Carlo VI  e  Filippo V di Spagna furono tra coloro che chiedevano la sua canonizzazione.
 
Il 17 marzo del 1771 fu dichiarato venerabile e i due miracoli per la beatificazione furono riconosciuti il 2 aprile 1786.



Il 12 febbraio 1729, infatti, un bambino di dieci anni, Francesco Parinoli, si ferì gravemente giocando con i fratelli. Il medico, accorso a visitarlo, realizzò che la situazione era molto grave e che non poteva porvi rimedio, poiché il ragazzino aveva avuto una fuoriuscita inguinale con ingrossamento e infiammazione dell'intestino. La zia del bambino, Teresa Lucia Vasari, pregò invocando l'aiuto del servo di Dio fra Nicola da Longobardi e fu allora che si sentì il piccolo infermo gridare: " Sono guarito, non ho più niente!". L'intestino, infatti, si era miracolosamente rimesso al suo posto.
Il secondo miracolo attribuito per intercessione di fra Nicola, avvenne a Spezzano, dove un uomo di nome Pietro Di Mango era infermo con febbre ed emorragie da molto tempo.  Un frate dell'ordine dei minimi che lo visitò, domandò a suor Maria Di Mango, sorella dell'infermo, se aveva qualche reliquia del frate in odore di santità, la suora rispose di avere una ciocca di capelli di fra Nicola, il frate mise i capelli in un bicchiere d'acqua e li fece bere all'infermo che, dopo pochi minuti, smise di sanguinare e il giorno dopo venne trovato completamente guarito.
A seguito di questi due miracoli, Nicola venne beatificato il 17 settembre 1786 da Papa Pio VI. Divenne quindi patrono del suo paese natale, Longobardi.
 
Il miracolo per la Canonizzazione avvenne, invece, nell'estate del 1938 quando Giuseppe Laudadio di Longobardi, all'epoca sedicenne, lavorava come muratore e, d'improvviso, cadde da un' impalcatura, precipitando da un'altezza di circa 12 metri e finendo rovinosamente su pietre e cemento. Nel momento della caduta, il giovane rivolse il pensiero a fra Nicola ed ebbe come una visione di lui. Una volta raggiunto il suolo si rialzò da terra completamente illeso. I compagni di lavoro, sentendo il tonfo, accorsero e costatarono che il giovane si era procurato solo un graffio al ginocchio destro.
Nel 2008 si è aperta l'inchiesta diocesana e il 13 dicembre del 2012 la consulta medica della Congregazione delle Cause dei Santi ha dichiarato il caso scientificamente inspiegabile.
Fra Nicola da Longobardi è stato proclamato santo il 23 novembre 2014 in piazza San Pietro da Papa Francesco.
Il suo paese, Longobardi, gli ha intitolato una chiesa e lo festeggia il 10 di agosto.
 
Se volete approfondire ulteriormente la storia di questo santo, vi consiglio di visitare il sito a lui dedicato www.sannicolasaggio.it
 
 
Vi do appuntamento al prossimo mese con una nuova storia tutta calabrese!

 



sabato 1 novembre 2014

CARMELA BORELLI

La "Madre eroica"
La storia che vi racconto questo mese accadde a Sersale, in provincia di Catanzaro, durante il ventennio fascista. E' la storia di Carmela, una donna, una sposa, una madre. Una storia del tutto simile alle due precedenti, perché simile è l'esistenza delle persone semplici. A spegnere improvvisamente la vita di questa donna non ci fu, però, una mano assassina com'era accaduto per Giuditta e Teresa, qui la tragicità avvenne ad opera della natura o, se vogliamo, del destino infausto.
 
Carmela era una contadina della Calabria del primo novecento, sposata a un pastore. Un'esistenza semplice la sua, fatta di piccole gioie, come l'arrivo dei figli, ma anche di tanta fatica e di sacrifici che nelle famiglie contadine non risparmiavano neanche i bambini, abituati, fin dalla tenera età, ad aiutare i genitori nel lavoro domestico e nei campi. La sua storia rispecchiava quella di tante donne del suo tempo fino a quando, nel 1929, accadde il tragico imprevisto che la rese famosa in tutta Italia.
Carmela lavorava in una località chiamata "Mirtilliettu", sulla costa ionica catanzarese, dove soleva rimanere per buona parte dell’anno per procurare il grano necessario per il pane. Suo marito spesso era lontano, per seguire gli animali al pascolo e la donna restava sola con i figli. Il 21 febbraio del 1929, era una bella giornata, il cielo sembrava quasi voler preannunciare l’arrivo di una precoce primavera e Carmela decise di rientrare al paese, a Sersale, insieme ai due figli più piccoli: Costanza di nove anni e Francesco di cinque.
La donna si mise in viaggio con i bambini e due asini carichi di grano, ella portava con sé anche un pezzo di stoffa che aveva conservato gelosamente per farsi fare una nuova gonna dal sarto del paese. Mentre percorreva la mulattiera che dalla marina saliva verso Sersale, situato nella presila catanzarese, il tempo, improvvisamente, cominciò a mutare. Il cielo si chiuse diventando pallido e un vento freddo cominciò a soffiare dalle montagne, trasportando con sé qualche fiocco di neve. Sorpresa da quel repentino abbassamento della temperatura, Carmela affrettò il passo ma il vento cominciò a diventare più impetuoso e la neve prese a cadere copiosa, finché una vera e propria bufera si abbatté sulla zona imbiancando, in pochi minuti, tutto il paesaggio circostante. Sopraffatti dall’abbondante nevicata, Carmela e i suoi figli cercarono di raggiungere in fretta il paese ma i bambini cominciarono a soffrire il freddo e rallentarono il passo, la madre li esortava a continuare mentre spronava i due asini col loro prezioso carico. I bambini piangevano per il freddo e Carmela, allora, prese in braccio il piccolo Francesco e proseguì il cammino sulla neve che era già alta, esortando la figlia più grande a seguirla senza fermarsi.
Anche gli animali, con i loro carichi, faticavano nel proseguire il cammino e, dopo poco, uno dei due asini cadde a terra morto dal freddo, vicino a un luogo chiamato nel gergo locale: "i tri cavunielli".
Stava percorrendo quella stessa mulattiera un agricoltore del luogo, di nome Felice Torchia, anche lui sorpreso dalla tormenta di neve mentre risaliva in paese. Incrociando la donna la esortò ad abbandonare l’asino e a proseguire il cammino più in fretta con i figli ma Carmela non volle dargli ascolto e, convinta di potercela fare, con Francesco in braccio e Costanza al suo fianco, continuò a spronare l’asino che le era rimasto e che era prezioso per eseguire i faticosi lavori di campagna.
La speranza di riuscire a raggiungere il paese si era rafforzata, perché in lontananza si scorgevano le prime case del centro abitato.
Ma, poco dopo, anche l’altro asino cadde a terra morto. Francesco e Costanza erano piccoli e cominciarono anche loro a mostrare i primi segni di congelamento, la madre  se ne avvide e, disperata, si tolse i miseri vestiti che portava addosso e vi coprì i figli, cercando in questo modo di scaldarli. Con la leggera sottoveste che le era rimasta addosso, la sfortunata donna continuò a camminare a stento nella neve, con Francesco in braccio e tenendo Costanza per mano, mentre il vento gelido e impetuoso soffiava su di loro imbiancandoli di neve e gelandogli il sangue nelle vene. Il paese era lì, a poche centinaia di metri, quando Carmela cadde a terra nella neve, cercò di rialzarsi ma non ce la fece, cercò di chiamare aiuto ma la voce non le uscì dalla bocca, allora, resasi conto di quanto le stava accadendo, abbracciò forte a sé i figli, cercando di ripararli col suo corpo dal grande freddo.
Nel frattempo, Felice Torchia era arrivato in paese chiedendo l'aiuto dei compaesani per soccorrere la povera Carmela e i suoi figli in balìa della tormenta lungo la mulattiera. Dalle case uscirono i primi soccorritori che si diressero verso il punto indicato loro dal Torchia. La bufera, intanto, aveva iniziato ad attenuarsi e gli uomini riuscirono a localizzare la povera donna nella bianca distesa. Carmela e i bambini furono trasportati in una delle prime case e messi vicino al focolare, mentre qualcun altro corse a chiamare il dottore ma, quando questi giunse sul posto, Carmela era già spirata per assideramento.
Francesco e Costanza si salvarono grazie al sacrificio della loro mamma, che non aveva esitato a denudarsi per ricoprirli con le sue vesti e  li aveva riscaldati col calore del suo corpo, stringendoli a sé in un ultimo abbraccio d’amore. 
La tragedia di Carmela Borelli e il suo atto d’amore verso i figli rimbalzò, nei giorni seguenti, sui giornali italiani e sia la "Tribuna Illustrata" che il "Mattino Illustrato" le dedicarono la copertina del 1° marzo 1929, facendo conoscere a tutti la storia di questa, fino allora, sconosciuta donna calabrese, che divenne la “Madre Eroica” d’Italia. 
Le piccole italiane di Milano offrirono al comune di Sersale un monumento in marmo bianco che rappresenta una colonna spezzata, simbolo della vita della giovane mamma spezzata troppo precocemente.  Il monumento è ancor oggi presente nella piazza dedicata proprio a Carmela Borelli. Il suo paese, inoltre, la ricorda con l'intitolazione di una strada e della scuola elementare.

Credo che non esistano foto di Carmela Borelli, quindi, vi lascio alle raffigurazioni che di lei fecero le prime pagine dei giornali dell'epoca: "Il mattino illustrato" e la "Tribuna illustrata".






Sersale, 21 febbraio 1959
Gli scouts rendono omaggio al monumento di Carmela Borelli, in occasione del 30° anniversario della morte.
 
Anche la città di Cosenza le ha intitolato una scuola elementare, mentre lo scrittore calabrese Michele Scarpino, le ha dedicato il libro "Una mamma eroica. Carmela Borelli" edito da Frama Sud nel 1979.
A Sersale, recentemente, è sorta anche l'Associazione Pro Fondazione Carmela Borelli  con scopi di solidarietà e utilità sociale. Anche la proloco di Sersale l'ha voluta ricordare, istituendo il premio “Carmela Borelli” che ogni anno premia la donna calabrese che si è distinta per qualche gesto importante.

giovedì 2 ottobre 2014

TERESA TALOTTA GULLACE

Ricordate lo splendido film di Roberto Rossellini "ROMA CITTA' APERTA"? Capolavoro del cinema Neorealista a livello mondiale? La scena che più torna alla mente è quella della sora Pina, interpretata magistralmente dalla grande Anna Magnani, che si lancia all'inseguimento di un camion tedesco nel vano tentativo di liberare il marito prigioniero dei nazisti, cadendo rovinosamente a terra dopo essere stata colpita a morte dal fuoco tedesco.
Ebbene, forse non tutti sanno che il personaggio così romanesco della sora Pina, in realtà è ispirato alla tragica vicenda di una donna che non era romana bensì calabrese. La "sora Pina" nella vita reale si chiamava Teresa Talotta ed era nata a Cittanova, in provincia di Reggio Calabria, l'8 settembre 1907.
Teresa Gullace ( fonte: web)
 
 
Era poi emigrata a Roma, si era sposata con Girolamo Gullace ed era diventata madre di ben cinque figli. Teresa viveva nella Roma occupata dai nazisti, aveva 37 anni ed era incinta del suo sesto figlio, quando il 26 febbraio del 1944, durante uno dei rastrellamenti effettuati dai nazisti per i quartieri della Capitale, anche suo marito Girolamo venne catturato e portato in caserma insieme ad altri uomini.
Il 3 marzo 1944 molte donne si recarono alla caserma di viale Giulio Cesare per protestare contro l'ingiusto arresto dei loro uomini, tra di esse c'era ancheTeresa, la quale scorse il marito da una delle finestre della caserma e si avvicinò nel tentativo di parlargli, incurante delle urla di un soldato tedesco che le intimava di allontanarsi. Il tedesco, allora, estrasse la sua arma e le sparò, uccidendola.
Quel giorno, ben camuffate tra le donne presenti, vi erano le compagne partigiane: Laura Lombardo Radice, Carla Capponi e Marisa Mossu che assistettero alla tragedia. La Capponi, subito reagì d'istinto ed, estratta la sua pistola, la puntò dritta contro il soldato tedesco che aveva ucciso la povera Teresa, ma le altre donne l'attorniarono impedendole di sparare e la compagna Marisa Mossu, svelta, le sottrasse la pistola e le infilò in tasca una tessera di un'associazione fascista. Grazie allo stratagemma della Mossu, la Capponi, dopo essere stata inizialmente arrestata dai tedeschi, riuscì a farsi liberare. Intanto il corpo della sfortunata Teresa era rimasto lì a terra e le partigiane Lombardo Radice, Adele Maria Jemolo e Marcella Lapiccirella, organizzarono una protesta pacifica, allestendo una camera ardente in strada, dove una folla sempre più numerosa si mise a pregare e a portare fiori sul corpo esanime di Teresa. La protesta popolare per l'accaduto, fu talmente imponente che i nazisti furono costretti a liberare Girolamo Gullace.
Laura Lombardo Radice e Pietro Ingrao, suo futuro marito e futuro presidente della Camera dei Deputati, stesero un manifesto sull'accaduto e Teresa, da sconosciuta calabrese emigrata a Roma, moglie coraggiosa e mamma felice di cinque creature, divenne uno dei simboli della Resistenza romana contro il nazi-fascismo.
 
Nel 1977, l'allora presidente della Repubblica Italiana, Giovanni Leone, la insignì della medaglia d'oro al merito civile con la seguente motivazione:
"Madre di cinque figli ed alle soglie di una nuova maternità, non esitava ad accorrere presso il marito imprigionato dai nazisti, nel nobile intento di portargli conforto e speranza. Mentre invocava con coraggiosa fermezza la liberazione del coniuge, veniva barbaramente uccisa da un soldato tedesco."

Otre al film di Rossellini, che ho già citato, nel 2011 un altro film si è ispirato alla sua vicenda : "Anna, Teresa e le resistenti" per la regia di Matteo Scarfò.
A Roma le sono state dedicate due scuole, mentre in viale Giulio Cesare, dove fu uccisa, una lapide la ricorda.
A Cittanova, suo paese d'origine, le è stata intitolata la strada dov'era nata.

Prima di concludere questo racconto, volevo farvi partecipi di una piccola curiosità: c'è un filo sottile che lega Anna Magnani e Teresa Gullace, anche l'attrice romana, simbolo del cinema italiano, aveva un po' di sangue calabrese nelle vene. La Magnani, infatti, portava il cognome materno e, facendo una ricerca sulle sue origini, scoprì di essere figlia naturale di un calabrese.

mercoledì 10 settembre 2014

GIUDITTA LEVATO

" IO SONO MORTA PER LORO, SONO MORTA PER TUTTI"
 Voglio iniziare questo mio nuovo blog raccontandovi la storia di una donna che ammiro molto. Una donna forte e coraggiosa. Una donna calabrese.
Si chiamava Giuditta Levato ed era una contadina della Calabria del dopoguerra, una Calabria povera e affamata, di una fame atavica, forse più antica del mondo. Giuditta era nata il 18 agosto 1915 a Calabricata di Albi (oggi comune di Sellia marina) nella provincia catanzarese. Era la figlia di Rosa e Salvatore Levato e aveva sposato Pietro Scumaci. Dal loro matrimonio erano nati due figli maschi: Carmine e Salvatore. La coppia stava aspettando il terzo figlio quando il tragico destino sconvolse per sempre la loro vita.
 Giuditta Levato e i suoi figli. (fonte: web)
La Calabria di allora era una terra divisa tra pochi  ricchi latifondisti e numerosi  poveri proletari. I proprietari avevano tanto di quel terreno da non riuscire neppure a gestirlo, per cui, buona parte di esso restava incolto e in stato di abbandono. Contadini e braccianti lavoravano sui terreni dei padroni ma spesso restavano senza pane per sfamare se stessi e i loro figli. La guerra aveva contribuito ancor di più ad impoverire chi era già povero, per cui, negli anni '50, riprese l'emigrazione verso le Americhe. Chi restò, dovette fare i conti con la fame e con le ingiustizie. Giuditta aveva 31 anni, quando qualcuno, in paese, cominciò a parlare di speranza e di un futuro migliore.
Nel 1944, il decreto dell'allora ministro dell'Agricoltura, il calabrese Fausto Gullo, voleva porre fine al latifondo e garantire il diritto alla terra a tutti i cittadini, tramite l'assegnazione dei terreni incolti ai contadini che ne avessero fatto richiesta. Ma la nuova Legge non ebbe l'effetto sperato in Calabria, dove i proprietari terrieri si ostinarono a rifiutare il cambiamento in corso, continuando a spadroneggiare come se nulla fosse e impedendo, di fatto, l'applicazione della Legge stessa. Tra il '44 e il '49 in Calabria iniziarono, quindi, le famose Lotte Contadine, con le occupazioni dei terreni incolti che sulla carta erano stati assegnati ai lavoratori. La lotta cominciò il 17 ottobre del '44 nel crotonese per proseguire poi nelle province di Catanzaro e Cosenza. Il 17 settembre del '46 i comuni coinvolti erano 96 con circa 50.000 contadini in lotta. In quegli anni la terra di Calabria  fu impregnata dell'acre odore del sangue umano. Il sangue dei martiri di Melissa, di quelli di Petilia Policastro e il sangue di Giuditta Levato.
Giuditta e suo marito Pietro aderirono al Partito Comunista Italiano e alle lotte per il Movimento contadino dell'occupazione delle terre e la giovane donna, di carattere combattente, fu sempre in prima linea per difendere il suo diritto di donna e madre che lottava per garantire un futuro migliore ai propri figli.
La Commissione provinciale per le terre incolte assegnò un fondo alla cooperativa di Calabricata. Quel fondo era appartenuto all'agrario Pietro Mazza che, come tutti gli agrari dell'epoca, mal gradì l'esproprio di quello che considerava ancora un suo terreno. Il 28 novembre 1946, Giuditta venne a sapere che il Mazza si trovava nel fondo con i suoi animali al pascolo. La donna non si perse d'animo e, nonostante fosse incinta di sette mesi, si recò nel fondo seguita da alcuni compaesani, per difendere quel terreno che gli stessi contadini avevano da poco seminato. Ne seguì un diverbio col Mazza, il quale non voleva assolutamente cedere il suo diritto di proprietà del terreno. Durante le fasi più concitate del diverbio, d'improvviso, dal fucile di Vincenzo Napoli, guardia-caccia del Mazza, partì un colpo che prese in pieno la povera Giuditta. La donna venne subito soccorsa dai compaesani e trasportata a casa sua, poi, vedendo che le sue condizioni erano gravi, venne portata a Catanzaro. Giuditta morì dopo qualche giorno di agonia insieme al bambino che portava in grembo. Prima di morire riuscì a lasciare il suo testamento spirituale al senatore Pasquale Poerio che si era precipitato al suo capezzale.
"...Ho dato tutto alla nostra causa, per i contadini, per la nostra idea, ho dato me stessa, la mia giovinezza, la mia felicità di sposa e mamma... Ai miei figli, essi sono piccoli e non capiscono ancora, dirai che sono partita per un lungo viaggio ma ritornerò certamente, sicuramente. A mio padre, mia madre, i miei fratelli, le mie sorelle, dirai che non voglio che mi piangano, voglio che combattano, combattano per me, più di me..."
Ai funerali di Giuditta parteciparono moltissime persone e furono molte le bandiere rosse che sventolarono nella piazza gremita, la donna venne seppellita a Catanzaro.

Nel 2004 la Regione Calabria le ha intitolato l'ex sala Consiliare con la seguente motivazione:
"In omaggio ad una donna che è stata protagonista del suo tempo ma, soprattutto,  in omaggio a tutte le donne calabresi abituate a lavorare sodo e spesso in silenzio. In omaggio a tutte le donne che, pur non avendo molta visibilità perché occupate nel loro lavoro quotidiano, sono uno dei pilastri fondamentali della nostra società e che, al momento giusto, com'è accaduto appunto alla contadina di Calabricata, sanno sfoderare grinta e determinazione e diventare protagoniste del loro destino" .